C’è un’immagine che riassume perfettamente la paralisi politica dei Democratici americani dopo la sconfitta del 2024: Kamala Harris che, da un podio a Seul, pronuncia parole dure contro Benjamin Netanyahu. Critiche nei contenuti, ma stanche nel tono. Un discorso che l’ex vicepresidente ha esibito come un atto di coraggio politico e che, invece, ha il sapore amaro di un tardivo e sbiadito espediente retorico.
A quasi due anni dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Harris ha rotto il silenzio accusando la stessa amministrazione Biden-Harris (di cui è stata il volto) di non aver agito “prima e con maggiore forza” per frenare la “condotta orribile” del governo israeliano nella striscia di Gaza, di fatto concedendo a Benjamin Netanyahu, “un assegno in bianco”, esattamente come sta facendo Donald Trump.
Ma il problema di questa improvviso coming out è la totale assenza di convinzione, nel tono e nelle parole, nel link di MDE qui sotto, la dichiarazione in inglese, in cui ammette:” avremmo dovuto agire prima e con più forza”, parla di “guerra a Gaza” e non di “genocidio”.
Il 2028 si avvicina, Harris resta una opzione
L’ex vicepresidente corre ai ripari in vista di una possibile corsa alle presidenziali del 2028. Harris sa che I dati post-elettorali del 2024 hanno evidenziato una verità matematica innegabile: l’ambiguità sul genocidio e il sostegno militare incondizionato a Israele sono costati ai Democratici milioni di voti tra i giovani, gli attivisti progressisti e la comunità arabo-americana in Stati chiave come il Michigan. Il cuore della sconfitta sta in quei dati, lo stesso elettorato avrebbe in seguito, a New York, eletto il primo sindaco musulmano e antisionista nella storia, Zohran Mamdani.
Oggi, libera dai vincoli dell’ufficio e dai protocolli della West Wing, Harris prova a rifarsi una verginità politica. Il tentativo, però, appare slegato da una reale visione strategica, configurandosi piuttosto come un compitino politico recitato a favore di telecamera.
La debolezza di questo posizionamento sta nel fatto che, muovendosi senza una reale fermezza ideologica, Harris è riuscita nell’impresa di indispettire entrambe le fazioni: Per l’ala progressista e i movimenti pro-Palestina, le sue parole suonano vuote, se non offensive. Le viene contestato il cinismo di aver taciuto per anni — mentre miliardi di dollari in bombe venivano spediti a Tel Aviv — per poi riscoprirsi critica solo dopo, molto dopo. Per le organizzazioni pro-Israele, l’attacco a Netanyahu è stato visto come un tradimento opportunistico di un alleato storico, guidato unicamente dal calcolo elettorale interno.
Il peso del silenzio passato
La leadership Dem. si riorganizza in queste ore, lanciandosi in dichiarazioni che fanno emergere i rimpianti per il genocidio che va avanti da 3 anni anni, senza mai nominarlo. Dichiarazioni che usano come base la rottura già avvenuta nell’opinione pubblica USA, vista la crisi dei consensi verso Israele, ma non preannunciano ancora una svolta politica significativa. Se l’amministrazione Biden-Harris ha fallito nel “contenere” l’alleato Israele, Kamala Harris ne condivide la responsabilità politica e storica e anche giudiziaria per i crimini di guerra commessi, ed e di questo che bisognerebbe parlare.
Del resto, nel corso della sua intera parabola politica, Kamala Harris ha beneficiato di una cifra stimata complessivamente tra i 5,4 e i 9,5 milioni di dollari provenienti dalla rete pro-Israele (attraverso donazioni dirette, PAC e sistemi di bundling). Le accuse mosse a Joe Biden nel suo libro “107 Days” (pubblicato a ottobre 2026) — in cui gli rimprovera la mancanza di empatia verso i civili di Gaza e un “assegno in bianco” a Netanyahu — arrivano solo dopo aver perso il potere ed essere uscita dalla Casa Bianca. Durante il mandato Biden-Harris, i portavoce ufficiali hanno ripetutamente ribadito l’assenza di qualsiasi divergenza strategica tra Presidente e Vicepresidente sulla crisi in Medio Oriente.

