Il sionismo conservatore dell’AIPAC e il sionismo liberale di J Street decidono la linea dei Dem Usa, ecco perché tra Trump e Biden non c’è differenza su Israele
Nel teatro della politica estera americana, la credibilità delle leadership si misura spesso attraverso il filtro invisibile, ma potentissimo, dei gruppi di pressione. La recente e stanca svolta retorica di Kamala Harris sulla crisi a Gaza ha riacceso i riflettori su un sistema di potere finanziario e ideologico che da decenni modella il posizionamento di Washington. Un sistema che oggi vive una profonda frattura interna, diviso tra il sionismo conservatore dell’AIPAC e il sionismo liberale di J Street. Due facce della stessa medaglia che, seppur con linguaggi opposti, si trovano a fare i conti con l’accusa più grave: quella di proteggere lo status quo e normalizzare le politiche di segregazione.
AIPAC: La linea dura del sostegno incondizionato
L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) non ha bisogno di presentazioni. È storicamente una delle lobby più influenti di Washington, capace di orientare voti e spostare milioni di dollari in finanziamenti elettorali. La dottrina dell’AIPAC si fonda su un dogma inscindibile: il sostegno a Israele deve essere bipartisan, totale e incondizionato. Per l’organizzazione, i miliardi di dollari in aiuti militari stanziati annualmente dal Congresso non devono essere legati ad alcuna clausola sul rispetto dei diritti umani o del diritto internazionale.
Negli ultimi anni, l’AIPAC si è progressivamente schiacciata sulle posizioni dei governi di destra guidati da Benjamin Netanyahu, difendendo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e silenziando qualsiasi accenno alla soluzione a due Stati. Di fronte alle denunce internazionali sul regime di oppressione nei territori occupati, la linea dell’AIPAC è il rigetto totale: definire Israele uno “Stato di apartheid” viene liquidato come propaganda antisemita tesa a delegittimare l’esistenza stessa della nazione ebraica.
J Street: L’illusione del sionismo liberale
Fondata nel 2008 proprio per offrire un’alternativa progressista allo strapotere dell’AIPAC, J Street si presenta con lo slogan “pro-Israele, pro-pace, pro-democrazia”. È l’interlocutore prediletto della componente liberal del Partito Democratico – la stessa che ha convogliato oltre 6 milioni di dollari verso la carriera di Kamala Harris.
La piattaforma di J Street contesta duramente Netanyahu e la destra oltranzista. L’organizzazione sostiene che per preservare la natura democratica di Israele sia urgente porre fine all’occupazione e permettere la nascita di uno Stato palestinese sovrano. A differenza di AIPAC, J Street si è detta favorevole a vincolare l’uso delle armi americane al rispetto degli standard umanitari. Tuttavia, il raggio d’azione di questo dissenso si ferma davanti a limiti invalicabili: l’organizzazione si oppone fermamente al movimento globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), considerato una minaccia esistenziale, e difende il principio di Israele come patria nazionale ebraica a maggioranza demografica garantita.
L’accusa di “negazionismo dell’apartheid”
È proprio in questo spazio intermedio che si consuma la contraddizione più profonda del sionismo liberale. Per i movimenti internazionali per i diritti umani (come Amnesty International e Human Rights Watch) e per le stesse Ong israeliane come B’Tselem, la posizione di J Street si configura come una forma sofisticata di negazionismo strutturale.
Il rifiuto categorico di J Street di utilizzare il termine “apartheid” – motivato ufficialmente dalla volontà di non alienare l’elettorato ebraico moderato con “formalismi semantici” – viene letto dai critici come un’operazione di copertura ideologica. Separando artificialmente la democrazia interna di Israele (nei confini del 1948) dal regime militare applicato in Cisgiordania e a Gaza, il sionismo liberale tenta di salvare un’immagine ideale che non trova riscontro nella realtà. Come evidenziato dai rapporti internazionali, tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo esiste un unico potere sovrano che esercita un controllo totalizzante, applicando diritti e leggi differenziati in base all’etnia di appartenenza: Israele.
Rifiutando di nominare il sistema per quello che è, e ostacolando le sanzioni o le tutele legali internazionali, J Street finisce per agire come uno “scudo progressista”. Una facciata accettabile e spendibile nei salotti democratici occidentali che, di fatto, protegge Israele dalle reali conseguenze politiche delle sue azioni.
Ed è proprio all’interno di questo vicolo cieco che si muovono le parole dei leader democratici come Kamala Harris: una retorica che cerca di accontentare la base progressista senza mai tagliare i ponti con i cordoni della borsa di chi, quell’asfissiante status quo, contribuisce a mantenerlo in vita.