Si affaccia rabbioso all’assemblea che lo contesta e la usa per le elezioni del 27 ottobre: per lui conta solo il voto dell’ultra-destra religiosa e Trump. ONU, scatola sempre più vuota

New York City, General Assembly Hall, UNHQ. Sono da poco passate le due del pomeriggio del 24 settembre 2026, quando Benjamin Netanyahu sale sul palco dell’Assemblea Generale, che sarebbe, in teoria, la dimora della Comunità Internazionale. Subito partono le grida di contestazione mentre la sala si svuota appena viene annunciata “Sua Eccellenza il premier israeliano”, sul quale pende il mandato di cattura internazionale della Corte Penale Internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La sua presenza equivale, a una profanazione, a una bestemmia in chiesa: decine di delegazioni abbandonano l’aula per il pianificato walkout di protesta. La delegazione israeliana intanto prende nota di chi lascia la sala e di chi resta: un video documenta Israele che si segna i “traditori”.
Dalle tribune, invece, arrivano applausi e il canto “Am Yisrael Chai” dei supporter entrati apposta. Netanyahu reagisce alla contestazione e attacca chi se ne va, lo definisce codardo; i primi piani svelano uno sguardo rabbioso.
Il genocidio dei civili palestinesi, mai nominati se non attraverso Hamas, non è mai avvenuto, anzi al contrario sarebbe stato “evitato il nostro genocidio”, grazie alla guerra preventiva permanente come atto necessario di sopravvivenza della nazione, che è l’unico porto sicuro per gli ebrei, vittima di una persecuzione che dall’Olocausto non è mai finita. “Combattere è l’unica scelta possibile”, dice.
In questa lotta epica del bene contro il male, da una parte ci sono Hamas, Hezbollah e l’Iran e dall’altra la minuscola Israele che continua a difendersi per esistere, ma non viene capita, e allora Netanyahu si lamenta delle critiche di chi parla senza conoscere abbastanza la situazione.
La colonizzazione, spiega, non esiste: sono le famiglie israeliane degli insediamenti ad essere “vittime di migliaia di attacchi”. Ci sono gruppi isolati di delinquenti, “a handful of juvenile delinquents”, circa 150 persone che lanciano pietre, abbattono ulivi e appiccano occasionalmente incendi, atti di cui si deve occupare lo Shin Bet, ma non rappresentano i coloni, che sono invece “brava gente”.
“What a distortion. It’s an obsession”
Vuole che la si faccia finita con questa ossessione, questa distorsione della realtà: i coloni non occupano illegalmente, sono rispettosi del diritto, “peaceful settlers, honorable people, law-abiding people”, abitano pacificamente la Giudea e la Samaria — la Cisgiordania occupata — e hanno tutto il diritto di farlo perché quella è la terra degli ebrei, è la terra di Israele.
Una menzogna criminale che è musica per le orecchie dell’elettorato dell’ultradestra religiosa, negli insediamenti e fuori, che vota Smotrich e Ben-Gvir ma che Netanyahu vuole riunire sotto l’ombrello del Likud, il suo, per evitare che i voti si disperdano. Nei sondaggi di settembre, Otzma Yehudit e Religious Zionism si muovono separatamente ma insieme rappresentano un bacino che supera i dieci seggi in diverse rilevazioni.
La figlia di Trump, Ivanka, subito twitta: Netanyahu vincitore delle elezioni, “che uomo, che discorso, ha vinto le elezioni stasera. È lui il leader della civiltà occidentale. Il Churchill del nostro tempo”.
Dopo la sviolinata ai coloni, via con l’ode a Trump. L’unico vero amico di Israele
“In this battle against the barbarians, we’ve had no greater partner than President Trump.” Netanyahu non si limita a ringraziare Trump. Lo presenta come il principale alleato di Israele nella guerra contro quelli che definisce “i barbari”, e attribuisce all’azione congiunta di Stati Uniti e Israele una funzione che va oltre la difesa dei due Paesi: “to save civilisation”, serve a salvare la civiltà.
Lo scontro di civiltà ritorna, come fossimo all’indomani dell’11 settembre del 2001, quando l’America venne colpita. “Così come Israele è stata colpita dall’estremismo islamico il 7 ottobre 2023” – spiega il premier israeliano – visto che ISIS e Hamas, per lui, sono la stessa cosa.
E qui il discorso prende una piega inquietante. Colui che aveva evocato il rischio di un nuovo attacco al World Trade Center in un libro del 1995, colui che, secondo quanto rivelato dal quotidiano israeliano Haaretz, era stato avvertito prima del 7 ottobre della possibilità di un attacco di Hamas ma non intervenne per impedirlo, ora invita tutti a considerare che basterebbero due missili da una tonnellata per cancellare l’intero complesso delle Nazioni Unite da cui sta parlando: “It would obliterate the entire compound. In fact, two such missiles would obliterate the UN.”
Pochi minuti prima, Netanyahu aveva mostrato all’Assemblea il congegno usato nel settembre 2024, quando migliaia di pager esplosero in Libano e Siria, in un’operazione attribuita a Israele contro Hezbollah, che provocò migliaia di morti e feriti: “Remember the beepers? Hezbollah certainly remembers them.” Ricordate i pager? Certo, Hezbollah li ricorda.
Un gesto da gangster, un modo per ricordare che Israele può colpire anche dentro oggetti di uso quotidiano e che la sua capacità distruttiva non conosce confini. Lo sanno bene gli abitanti di Gaza, lo sanno i giornalisti uccisi mentre raccontavano il genocidio e lo sanno soprattutto i bambini palestinesi.
La Commissione internazionale d’inchiesta dell’ONU ha concluso nel 2025 che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso quattro dei cinque atti genocidari previsti dalla Convenzione sul genocidio; nel giugno 2026 ha ribadito che il genocidio e altri crimini atroci continuano a Gaza.