L’America è più forte, dice Trump — ma una priorità emerge su tutte: le elezioni tra 41 giorni
Dalla sede delle Nazioni Unite, New York.
Lo scenario era inequivocabilmente internazionale: i leader del mondo riuniti a New York, con i fronti aperti in Palestina, Libano, Iran, e poi Cuba, l’ Ucraina, l’insicurezza energetica, l’autorità vacillante delle istituzioni internazionali e tanto altro.
Nel suo discorso Trump ha toccato molti dei temi sul piatto, avendo ben presente a che orecchie doveva parlare: quelle della sua base Maga, in vista delle elezioni di metà mandato, quando mancano solo 41 giorni.
In un torrente di parole da togliere il fiato è passato rapidamente dall’Iran al petrolio, dalla Groenlandia alla sovranità americana, da quella che ha chiamato la “pace” in Palestina alla Corte penale internazionale e a Cuba, che ha definito un “Paese fallito” mentre la delegazione cubana lasciava l’Assemblea in segno di protesta.
Temi diversi, ma un solo focus: ribadire alla sua base che tutto serve a tenere i prezzi bassi, che è uno dei motivi per cui è stato eletto e sui cui invece non sta dando risultati.
Il momento rivelatore è arrivato quando, lo stesso Trump, ha evocato a sorpresa le elezioni di metà mandato insieme alle trattative con l’Iran, ha detto di aspettarsi un accordo con Teheran: “ma solo dopo le elezioni perché l’Iran aspetta di vedere come andranno”. Ha aggiunto di non essere personalmente candidato, che “il Partito Repubblicano è candidato” e che lui quindi “lo aiuterà”. Una parentesi sul suo futuro che ha chiuso subito, ribadendo che “le elezioni non avranno alcuna influenza sulle sue decisioni”.
Se nel Golfo Persico il crocevia strategico è Hormuz, nell’Artico il punto sono le rotte, il territorio e la presenza militare americana quale avamposto per impedire a potenze rivali di guadagnare terreno: il riferimento non espresso è sempre a Russia e Cina. Entrambe concorrenti, soprattutto quest’ultima, nella presunta corsa alla “super-intelligenza artificiale”.
A margine dell’Assemblea generale, Trump ha firmato con la Danimarca e la Groenlandia il tanto evocato accordo sulla sicurezza, che prevede nuove infrastrutture militari Usa e include direttamente l’Artico nella strategia di sicurezza americana.
Poi è arrivata la Corte penale internazionale
Trump ha descritto la CPI come un’istituzione priva di giurisdizione sugli Stati Uniti e ha chiesto ai Paesi membri di ritirarsi, definendola “un tribunale antiamericano”.
Rafforza così il suo allineamento con Israele e rassicura la sua base sionista: la delegittimazione degli organismi internazionali di controllo e in particolare della Corte Penale Internazionale sono coerenti con il rifiuto di Israele di farsi giudicare per i crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza . Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto ufficiale per il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Gli Stati Uniti non riconoscendo il tribunale scaricano Israele, e sé stessi, di ogni responsabilità nello sterminio del popolo palestinese. Una scelta che lo pone in rotta di collisione con gran parte del suo elettorato che non vede piu di buon occhio la difesa senza se e senza ma di Tel Aviv.
In guerra con la stampa — e ora Trump TV
Un altro segnale del crescente nervosismo in vista delle elezioni di metà mandato è lo scontro sempre più aperto di Trump con la stampa.
Ora non attacca più i singoli giornalisti: CNN, MS NOW e Politico sono state escluse dall’accesso alla Casa Bianca, le tre testate giornalistiche hanno risposto facendo causa.
Poi, martedì, alle Nazioni Unite, Trump ha affrontato la giornalista della CNN Kaitlan Collins, “You shouldn’t be here”, le ha detto. “Non dovresti essere qui”, sostenendo falsamente, che la CNN avesse dichiarato che non avrebbe più dato copertura alle sue attività.
Il 21 settembre la Casa Bianca ha lanciato Trump TV: The Essentials Station, un canale YouTube attivo 24 ore su 24 che trasmette direttamente al pubblico i contenuti dell’amministrazione, Trump comunicherà direttamente con i suoi elettori mettendo da parte altri intermediari, la stampa critica verso il suo operato, le cosiddette “fake news”.
Chiude la porta in faccia a chi lo critica ora che nei sondaggi domina il segno meno: l’approvazione media del Presidente si attesta intorno al 36%-37%, con una percentuale di disapprovazione che oscilla tra il 56% e il 64%.