La deriva autoritaria unisce Francia e Italia: la polizia attacca gli studenti e criminalizza il dissenso, ma glorifica andare alle urne. Così le elezioni si riducono a un rito cosmetico che blinda gli interessi delle lobby neoliberiste USA, nelle pseudo-democrazie.
C’è stato un tempo in cui la piazza era il cuore pulsante della democrazia europea, una sorta di referendum sociale permanente e informale. Quando il malcontento per il carovita e l’aumento delle disuguaglianze superava il livello di guardia, i governi erano costretti ad ascoltare, a mediare, ad arretrare. Oggi quel tempo è finito, lo raccontano I fatti del 17 ottobre 2026 a Parigi e tutta la Francia, Milano, Torino e Bologna in Italia.
Il messaggio che arriva dai palazzi del potere è chiaro, cinico e tagliente: le manifestazioni ormai non bloccano più nulla, il loro valore politico va svuotato. Ma nell’era dei mercati blindati non basta ignorare il dissenso; la nuova dottrina esige che le piazze vadano punite. Perché in un sistema in cui le prossime elezioni non potranno cambiare nulla, il controllo fisico e psicologico dei cittadini diventa l’unica vera forma di governabilità.

L’illusione delle urne e lo svuotamento del voto
Quando nessun partito politico in corso è più capace di raccogliere le domande di giustizia sociale delle piazze, recarsi alle urne cessa di essere un atto di scelta e si trasforma in un rito puramente performativo. Diventa una messinscena utile solo a dimostrare la propria obbedienza formale al sistema, senza alcuna reale incisività.
A certificare questo scollamento totale è la linea del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, che ha esplicitamente teorizzato che un governo non deve cedere ai cittadini, affermando che «non si può seguire l’opinione pubblica quando si ritiene che l’opinione pubblica sbagli». Un’ammissione che liquida il sentimento popolare a mero errore da ignorare, trasformando le elezioni in una delega in bianco quinquennale.
Il silenzio sul tabù neoliberista: tassare i ricchi
Eppure, l’agenda politica ed economica per rispondere alle domande delle piazze non sarebbe difficile da delineare. È scritta chiaramente sugli striscioni dei ragazzi: investire nella scuola pubblica, fermare l’aumento del costo della vita, finanziare i servizi essenziali. Ma per attuare questo programma serve una precondizione inammissibile: tassare i ricchi. Su questo punto esatto cala il silenzio più assoluto delle istituzioni. Tassare i grandi patrimoni e gli extraprofitti resta l’estremo tabù intoccabile delle classi dominanti.
La punizione fisica della piazza serve proprio a coprire questo vuoto politico ed è una linea che ha radici profonde: fu inaugurata in Francia da Nicolas Sarkozy — che si vantava di come gli scioperi non bloccassero più il Paese — e in Italia da Silvio Berlusconi, che avviò la sistematica criminalizzazione di chiunque protestasse ancora con la litania dei “poveri comunisti”. Oggi, l’asse Macron-Meloni ha portato quella tendenza alle sue estreme conseguenze operative.
Durante i disordini, la priorità assoluta dell’apparato statale è la difesa delle cose, non delle persone. Le forze dell’ordine vengono schierate come un esercito di contenimento a protezione dei templi del consumo e della finanza: le vetrine delle boutique di lusso e i grandi istituti bancari non si toccano, mentre l’incolumità fisica dei giovani manifestanti passa in secondo piano.
Intanto va in scena il solito, logorante copione: le autorità permettono alle frange di vandali e provocatori di agire indisturbate, offrendo ai media il pretesto perfetto per confondere la protesta sociale con la criminalità comune. L’ opinione pubblica si concentra sulla vetrina rotta mentre il merito delle richieste — la redistribuzione fiscale e il finanziamento sociale — viene totalmente rimosso dal dibattito pubblico. La violenza di pochi viene strumentalizzata per giustificare il manganello sui molti che chiedono diritti.

Il “Chilling Effect” e l’anestesia del presente
Punire la piazza serve a terrorizzare a disinnescare sul nascere una coscienza politica nei più giovani. L’uso di una polizia militarizzata, l’abuso di gas lacrimogeni, l’introduzione di reati come il blocco stradale e le strette penali creano un profondo chilling effect, un effetto deterrente psicologico.
Il governo vuole instillare nei ragazzi la paura riflessa che scendere in strada per difendere il diritto allo studio o per protestare contro l’inflazione comporti un rischio automatico: subire violenza fisica o macchiare la propria fedina penale. Spingere i giovani verso l’apatia politica, l’isolamento e la rassegnazione è il fine ultimo di questa strategia. Una generazione che si chiude in camera per paura del manganello è una generazione che non disturba, non pretende la redistribuzione della ricchezza e accetta passivamente le regole di una pseudo-democrazia che ha deciso di mettere i profitti di pochi sopra i diritti di tutti.
