Meeks ha messo in pausa la maxi commessa di armi a Israele voluta da Trump, rompe con il passato? Così funziona la politica della lobby sionista liberale che non ferma il genocidio.
Da ieri il nome di Gregory Meeks è alla ribalta per aver posto un hold sulla maxi-commessa di armi da 2,8 miliardi di dollari voluta dall’amministrazione Trump per Israele: 40.000 bombe da 907.185 kg, tra le munizioni più distruttive dell’arsenale americano.
Meeks è il Ranking Member, cioè il principale esponente democratico, della House Foreign Affairs Committee. È in questa posizione che ha utilizzato il potere di revisione informale della commissione per mettere in pausa la vendita, sostenendo di non avere ricevuto garanzie sufficienti sul fatto che queste armi «saranno utilizzate nel rispetto della legge americana e con adeguate protezioni per i civili».
Meeks è un eroe?
A leggere soltanto il titolo della BBC potrebbe sembrare così: Top Democrat opposes US sale of heavy bombs to Israel, «esponente democratico di primo piano si oppone alla vendita di bombe a Israele».
È però necessario guardare cosa ha fatto Meeks appena due mesi fa.
Il 15 luglio 2026 ha votato contro l’emendamento Massie che avrebbe eliminato 3,3 miliardi di dollari destinati a Israele attraverso il Foreign Military Financing. L’emendamento è stato respinto 104-314. Ma il dato politicamente significativo ora è questo: 103 Democratici votarono a favore, mentre 98 votarono contro. Meeks era tra questi ultimi.
Oggi, la messa in pausa di questa specifica partita di armamenti non ha nulla della rottura con il passato. E infatti, nel comunicato con cui annuncia il provvedimento di hold, Meeks tiene a specificare che «questa decisione non diminuisce il sostegno del Congresso alle legittime esigenze di difesa di Israele».
La stessa dinamica si era già vista nel 2024
Ad aprile Meeks aveva bloccato informalmente la vendita di 50 F-15 a Israele, allora per un valore di oltre 18 miliardi di dollari, chiedendo maggiori garanzie sull’impiego delle armi, sulla protezione dei civili e sull’accesso degli aiuti umanitari.
A giugno, dopo mesi di pressione dell’amministrazione Biden, Meeks e il senatore Ben Cardin diedero il via libera alla vendita. Meeks spiegò di essere rimasto in stretto contatto con la Casa Bianca e ribadì il proprio sostegno alla sicurezza di Israele.
Non è quindi soltanto il singolo episodio del 2026 a essere interessante, ma la ripetizione dello schema: una maxi-commessa di armi, la preoccupazione pubblica per i civili, un intervento istituzionale che rallenta la procedura e, infine, la riaffermazione del sostegno all’alleanza militare con Israele.
E parliamo di numeri enormi. Nel 2024 una commessa da oltre 18 miliardi di dollari per 50 F-15; nel 2026 40.000 bombe da 2.000 libbre per 2,8 miliardi di dollari. La scala delle forniture rende ancora più evidente la distanza tra la dimensione delle operazioni militari e il carattere circoscritto dei singoli gesti di dissenso.
C’è poi il calendario
Meeks corre per la rielezione nel quinto distretto di New York, che comprende una parte del Queens. Oggi, 17 settembre, mancano 47 giorni al voto del 3 novembre. Il suo hold arriva dunque in piena campagna per le midterm, in un momento nel quale il sostegno Usa a Israele costituisce una questione controversa all’interno del Partito Democratico. Anche nel 2024 la sua presa di posizione sulla vendita degli F-15 arrivò a pochi mesi dalle elezioni di novembre: il primo hold risale ad aprile, mentre l’approvazione definitiva della vendita arrivò a giugno.
C’è infine il capitolo AIPAC, la potente lobby filo-israeliana che finanzia Meeks
Nel ciclo elettorale 2022–2026, la campagna di Meeks ha ricevuto 752.817 dollari di contributi diretti dall’AIPAC PAC, secondo i dati FEC raccolti da FundVoter. La cifra rappresenta circa il 43,1% dei 1,74 milioni di dollari raccolti dalla campagna nel ciclo 2026. Secondo Fonti Track Aipac (nella foto in basso) i contributi ammontano a 986.946 dollari.
Meeks, la cui campagna è finanziata da Israele, sostiene a sua volta il finanziamento militare a Israele, come dimostra il voto di luglio; contemporaneamente esercita il proprio potere istituzionale per mettere in pausa una specifica maxi-vendita di bombe; e lo fa mentre si avvicinano le elezioni di midterm .
È questa tensione tra presa di distanza e continuità, tra la richiesta di proteggere i civili e la riaffermazione del sostegno alla sicurezza di Israele, che si sostanzia la pratica politica del sionismo liberale: un esercizio teorico del dissenso che non mette mai veramente in discussione l’impianto complessivo. Prima, degli elettori e del diritto, c’è sempre la “sicurezza di Israele”.
