Per la prima volta nella breve storia dei social media, Meta si trova di fronte a una svolta giudiziaria di portata storica: l’azienda risponderà dei danni causati dalle proprie piattaforme ai giovani utenti.
Decine di Stati americani (in tutto 47 Stati, più Washington, D.C., Puerto Rico , American Samoa, Northern Mariana Islands), hanno chiamato alla sbarra Facebook e Instagram con l’accusa di nuocere alla salute dei più giovani, poiché progettati per mantenere i minori il più possibile coinvolti, anche attraverso meccanismi come lo scorrimento infinito e il pulsante “Mi piace”, con conseguenze drammatiche sulla loro salute mentale e sul loro benessere.
Meta ha scelto di chiudere il contenzioso con un accordo da 12 miliardi di dollari, che può arrivare a circa 17-18 miliardi, accompagnato da importanti modifiche alle modalità con cui adolescenti e bambini utilizzano Facebook e Instagram. Tra le misure previste figurano limiti d’uso, restrizioni notturne, riduzione delle notifiche durante le ore scolastiche e maggiori protezioni per i minori.
Di per sé, è una svolta. Per anni le grandi piattaforme tecnologiche non hanno conosciuto regole, mentre i danni associati al loro modello di business venivano considerati quasi un effetto collaterale dell’innovazione.
Ma c’è un elemento che rende questa svolta particolarmente paradossale: mentre la società sta finalmente chiedendo conto a Meta degli effetti dell’era dei social, Meta ha già iniziato a costruire il proprio prossimo impero, con gli stessi modi spregiudicati: punta tutto sull’intelligenza artificiale.
Una cifra enorme, ma quanto pesa davvero?
Il patteggiamento obbliga Meta a risarcire una somma impressionante – sulla carta. Ma bisogna metterla in prospettiva. Nel 2025 Meta ha registrato ricavi per 200,97 miliardi di dollari e un utile netto di 60,46 miliardi. Quasi tutto il fatturato della sua attività principale, la “Family of Apps”, è arrivato dalla pubblicità: 196,18 miliardi di dollari.
Anche considerando la cifra massima dell’accordo, 17 miliardi di dollari, il pagamento viene distribuito nell’arco di anni e non mette in discussione la solidità economica dell’azienda. Il settlement rappresenta certamente un ostacolo legale importante per Meta, ma non intacca in modo sostanziale il motore economico del gruppo, basato sulla pubblicità e sulla capacità di mantenere gli utenti online e sempre più a lungo.
Ed è qui che nasce la domanda più scomoda. Dopo anni di accuse e di evidenze sui rischi dei social per i giovani, è davvero sufficiente pagare una cifra non commisurata al profitto, senza modificare alcune funzioni delle piattaforme, per considerare chiusa la questione?

Il problema non è soltanto il tempo trascorso online
Una delle critiche più interessanti riguarda proprio il limite di due ore imposto dal patteggiamento agli adolescenti. La vera questione è il principio con cui il prodotto è stato progettato. Se un social utilizza algoritmi, notifiche, scrolling infinito e sistemi di ricompensa per spingere l’utente a rimanere sulla piattaforma, il problema non si risolve limitando le ore di esposizione.
È questa la critica sollevata da Arturo Béjar, ex dipendente di Facebook diventato poi informatore, uno dei testimoni di punto contro Meta. È in prima linea nel denunciare le prassi senza scrupoli dell’azienda, dove la crescita e i numeri degli utenti contano più del rispetto per la sicurezza e il benessere degli stessi. Mettere un limite al tempo non necessariamente cambia il modello, che resta dannoso – dice Béjar.
Un’argomentazione simile viene da Amba Kak, co-direttrice esecutiva dell’AI Now Institute ed ex consulente senior della Federal Trade Commission. Secondo Kak, l’accordo interviene soprattutto sul design delle piattaforme, senza però affrontare il modello di business basato sulla creazione di dipendenza adrenalinica.
Meta ha già voltato pagina
Mentre il sistema giudiziario americano sta cercando di stabilire quali responsabilità debbano essere attribuite a Meta per l’era dei social, l’azienda sta già guardando alla prossima frontiera, che solleva già molte preoccupazioni. Le aziende hanno forti incentivi a crescere rapidamente e a massimizzare i profitti. I governi spingono per attirare investimenti, creare posti di lavoro (almeno ufficialmente). Ma i costi che non compaiono nei bilanci — salute mentale, privacy, danni ambientali o trasformazioni sociali — sono lasciati a carico della società e dei servizi sociali molto spesso inesistenti o in grave crisi.
Meta ha accettato di pagare 12 miliardi di dollari per alcune delle conseguenze del proprio business legato ai social media, dopo aver generato quasi 201 miliardi di dollari di ricavi in un solo anno, la maggior parte dei quali provenienti dalla pubblicità. Nel suo manifesto sull’intelligenza artificiale, The Future Is for Everyone, Zuckerberg presenta una visione fortemente ottimista del futuro: l’IA, e in particolare la “superintelligenza personale”, dovrebbe diventare uno strumento capace di aumentare le possibilità degli individui e distribuire più ampiamente il potere della tecnologia.
Ma nel manifesto rimane molto meno chiara un’altra questione: chi si farà carico dei costi sociali di questa trasformazione? La domanda è stata di fatto posta a Meta, relativamente all’era dei social, grazie a questa causa. L’esito rafforza la richiesta di regolamentazione non solo nel correggere i conti con il passato, anche nel limitare l’impatto sociale dell’Ai, prima che sia troppo tardi.